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Recensione: Ricomincio da vedova di Minna Lindgren

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Gaetano, in verità, si era comportato sempre da buon marito, e lei aveva poco da dolersi in quella direzione; attento, devoto, persino sottomesso e premuroso fino alla noia, ma non fesso come si potrebbe figurare di certi uomini che alla pari concordano per la propria indole addomesticata. Purtroppo, erano più di quindici gli anni che differivano tra loro, e il tempo che maggiormente li separava era davvero soverchiante, molti se ci si pensa bene, forse troppi per non gravare sui limiti e le esperienze di due generazioni già parecchio distanti per altri impicci. Probabilmente nemmeno marito e moglie, forse cugini, o magari parenti alla lontana, ma non fratelli come si potrebbe pensare, questo proprio no! Interamente nudi non lo erano stati mai, solamente per caso e a piccole zone avevano conosciuto le opposte nudità e, in ogni caso, non proprio tutte perché non osavano quel bisogno di indagare le scabrosità dei loro corpi senza veli, immagini che potevano mettere in testa solo cattivi pensieri, o intenzioni parecchio scostumate. Uno che la eccitava soltanto a mirarlo come si muoveva con tanta sicurezza dentro lo spazio angusto e prodigioso della televisione. E le procurava emozioni vere quella sua sregolata fantasia e, comunque, le dava il coraggio della sopportazione. Gaetano, poverino, non ci faceva caso agli incomprensibili barbugli della moglie, non poteva badare ad altro quando faceva il proprio dovere di campione, che ogni pensiero strano gli avrebbe turbato la mente, la concentrazione, e avrebbe arrischiato la buona riuscita della propria prestazione. Finalmente, dopo, giungeva la liberazione, ed era il solito rito di rivestirsi in fretta sotto le lenzuola, silenziosamente. Dovevano raccogliere in fretta quelle poche vesti smesse e sistemate, poco prima, là vicino con attenzione, a portata di mano per non perder tempo a ricomporsi con una precisione esagerata e davvero innaturale.

Ricomincio da vedova di Minna Lindgren Sonzogno. Tra situazioni paradossali e gag, il ritratto irriverente e amaramente ironico di quella «certa età» in cui si è più disinvolti davanti a un partner occasionale che a una giudizio di cancro. Ulla ha settantaquattro anni ed è appena rimasta vedova. Bensм non è affranta, anzi. Dopo dodici anni da «badante» si sente finalmente libera, evasa di prigione. E l'ebbrezza è talmente tanta che sia insieme che senza alcol in corpo si sente ubriaca di vita. Ulla ha due amiche d'infanzia, Pike ed Hellu, con cui trascorre le serate della sua nuova vita. Serate esagerate, imbibite di buon vino, disinibite.

Il film racconta proprio questo, un affetto che nasce tra due pensionati ottantenni, entrambi vedovi e soli da notevole tempo, che si ritrovano nei piccoli gesti della quotidianità, da una camminata in centro a una cena in un ristorante rinomato. Le nostre anime di notte è ambientato in una piccola cittadina del Colorado; Addie Moore, pensionata e vedova, chiede al adatto vicino di casa di lunga giorno Louis Waters di farle compagnia, in particolare durante la notte, e allora di dormire insieme. Non si cambiale, come specifica Addie, di una annuncio sessuale, ma di un semplice desiderio di affetto e di compagnia perché, come spiega lei stessa, «le notti possono essere davvero lunghe quando si è da soli nel letto» Dopo qualche iniziale titubanza, Louis accetta e i due iniziano a stringere un legame che diventerà sempre più muscoloso, fino a tramutarsi in qualcosa di speciale. Il film si svolge in maniera lineare, senza colpi di ambiente. Il ritmo è decisamente lento e ci sono molti momenti di silenzio; si tratta di una scelta arabesca dal regista, per sottolineare quanto come difficile la solitudine e la attivitа senza nessuno accanto che ci aviditа bene. La vita dei protagonisti scorre ogni giorno sempre uguale, senza novità, finché non saranno loro a affidare uno scossone alle giornate monotone. Il suo matrimonio è in crisi, la moglie si è allontanata lasciandolo abbandonato con il loro figlio di otto anni e lui si sente disperato.